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Nelle stesse ore in cui Di Pietro diceva «È vergognoso usare il Lodo
Alfano anche per difendersi dall’accusa di diffamazione», Antonio Di
Pietro si serviva dell'immunità parlamentare per evitare una condanna
certa per diffamazione.
***
Antonio Di Pietro era pur sempre l’uomo che aveva capovolto una
Repubblica, era l’ariete che dal 1992 al 1994 aveva indagato un
Parlamento che passava metà del tempo a discutere le autorizzazioni a
procedere che lui aveva richiesto, e negarne una era lo sfregio
massimo, l’ultimo arroccamento del regime morente, il sigillo
dell’impunità. Erano state alcune mancate autorizzazioni nei confronti
di Bettino Craxi – e neanche tutte: due su sei furono concesse – che il
29 aprile 1993 avevano scatenato una mezza guerra civile che aveva
portato alla parziale abolizione dell’immunità parlamentare. Di Pietro
da una parte, Craxi dall’altra. Ora c’era solo Di Pietro uno e due.
La nemesi definitiva, a diciassette anni da Mani pulite, era che
Antonio Di Pietro si era trincerato dietro l’immunità parlamentare per
non essere condannato in una causa per diffamazione che l’avrebbe
sicuramente visto soccombente, cioè perdente. Il Parlamento di
Bruxelles, il 22 aprile 2009, decideva di non revocare lo scudo
dell’immunità che lo stesso Di Pietro aveva chiesto dopo averlo
pubblicamente negato. Non era neppure un procedimento penale, era una
causa civile: significava che Di Pietro l’aveva fatto solo per non
perdere dei soldi. Proprio come i mostri della casta.
Di Pietro è nei particolari. Nell’ottobre 2002 aveva scritto un
articolo sul quotidiano «Rinascita della sinistra», organo dei
Comunisti italiani, e non ne aveva azzeccata una: aveva qualificato il
giudice Filippo Verde come un imputato nel processo per il Lodo
Mondadori– dipingendolo oltretutto come uno dei giudici che avevano
influenzato l’annullamento di una sentenza favorevole a Carlo De
Benedetti– e nello specifico aveva messo nero su bianco che «per
l’insieme di queste vicende, la pubblica accusa rappresentata dalla
tenace Ilda Boccassini ha chiesto pene di tutto rispetto, tra cui 10
anni per il giudice Filippo Verde».
Ma Filippo Verde non era mai stato coinvolto in quel processo: era
stato imputato in un altro, il cosiddetto Imi-Sir, e peraltro ne era
uscito assolto in primo e secondo grado. Di Pietro della castroneria
non solo non si accorse, ma nel febbraio 2003 la ripubblicò tale e
quale sul sito internet dell’Italia dei Valori. E a quel punto partì
una causa per diffamazione con richiesta di risarcimento danni, visto
che Tonino non aveva mai smentito né rettificato ma addirittura
reiterato, per usare il suo linguaggio.62 I legali di Filippo Verde gli
chiesero 210.000 euro di risarcimento. Del suo errore, Di Pietro darà
colpa ancora una volta ai giornali.
Di Pietro scrisse quell’articolo nel 2002 e cioè quando era
eurodeputato. Perciò, un anno e mezzo più tardi, dopo che la pratica si
era congelata nella cancelleria del Tribunale di Roma, presentava
richiesta di immunità europarlamentare e incaricava della pratica
l’avvocato Sergio Scicchitano, deputato dell’Italia dei Valori e già
autore di varie querele dipietresche ai danni di giornalisti che
facevano errori come il suo o più lievi del suo. La richiesta fu
inoltrata a Bruxelles all’inizio del 2007:
«L’articolo deve intendersi quale espressione di critica politica e
dunque si richiede che nel caso di specie venga applicato l’articolo 68
della Costituzione».
Critica politica. Uno scrive che un giudice ha influenzato
illecitamente una sentenza – la peggiore delle accuse, per un giudice –
e dice pure che per questo volevano condannarlo a 10 anni: una classica
critica politica.
I giudici romani spedirono le carte all’apposita commissione di
Bruxelles perché l’Europarlamento valutasse. Era da una vita che Di
Pietro.
Di Pietro per qualsiasi sciocchezza invitava la classe politica a farsi
giudicare come cittadini qualsiasi. Così pure fece nel 2007 e nel 2008:
L’articolo 68 della Costituzione [l’immunità parlamentare] va
cancellato perché aveva senso quando fu scritto, dopo la fine del
fascismo. Ho sempre detto che andrebbe abrogato.63
L’aveva ripetuto di recente:
Se Berlusconi vuole querelarmi, rinunci all’impunità.64
Quando Di Pietro querelava un altro politico, poi, non mancava mai di scrivere:
Mi auguro che, come me, Ella rinunci all’immunità e accetti il giudizio del giudice terzo.65
Quelli poi non erano giorni qualsiasi: era il febbraio 2009 e c’era Di
Pietro per strada che raccoglieva firme contro il Lodo Alfano. La
notiziola che Di Pietro aveva chiesto l’immunità la diede per primo e
praticamente per ultimo Paolo Bracalini, cronista del «Giornale».
Di Pietro rispose il 6 febbraio, come infastidito:
Con riferimento alle notizie di stampa che ipotizzano ciò che io andrei
a sostenere al Parlamento europeo la prossima settimana, specifico che
non chiederò l’immunità, ma che il procedimento civile prosegua … Tale
rinuncia all’immunità verrà da me formulata in un atto scritto che
pubblicherò sul mio blog, in modo da evitare qualsiasi
strumentalizzazione.
Non chiederò l’immunità, voglio che mi processino, vi terrò informati.
Di Pietro ogni tanto dismetteva improvvisamente la sua chiarezza
popolana, ma aveva scritto questo.
Ed eccoci al 22 aprile 2009:
Approvando con 654 voti favorevoli, 11 contrari e 13 astensioni la
relazione di Aloyzas Salakas (Pse, Lt), il Parlamento ha deciso di non
revocare l’immunità di Antonio Di Pietro a seguito dell’ordinanza del
Tribunale Civile di Roma rivolta al deputato nella causa civile
intentata da Filippo Verde. In tale ordinanza il Tribunale italiano,
esaminando l’argomento difensivo sollevato da Di Pietro «sotto forma di
eccezione di insindacabilità », ha chiesto al Parlamento europeo di
decidere sulla sua immunità, dal momento che all’epoca dei fatti egli
era parlamentare europeo …
egli stava esercitando le sue funzioni di parlamentare, esprimendo la
sua opinione su un tema d’interesse pubblico per i suoi elettori.
Cercare di imbavagliare i parlamentari, avviando procedimenti
giudiziari nei loro confronti, per impedire loro di esprimere le
proprie opinioni su questioni che suscitano un legittimo interesse e
preoccupazione nell’opinione pubblica, è inaccettabile in una società
democratica.66
Il quello stesso giorno, il giorno in cui l’immunità da lui richiesta
lo aveva salvato, per coprire la notizia Di Pietro dichiarò:
Silvio Berlusconi si avvale del Lodo Alfano anche per sfuggire alla mia
querela … È vergognoso usare il Lodo Alfano anche per difendersi
dall’accusa di diffamazione.67
A dire quel che si pensa, l’immunità tornerebbe utile.
Note
62 Come spiega la stessa «Relazione sulla richiesta di consultazione
sull’immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro dell’Europarlamento»,
23 aprile 2009: «Di Pietro ha riconosciuto che il suo articolo
conteneva un “errore madornale” … In effetti, Filippo Verde non è mai
stato coinvolto nella vicenda processuale del Lodo Mondadori, mentre lo
è stato nel processo Imi-Sir, nell’ambito del quale era stato assolto
da tutte le imputazioni contestategli. Nella sua difesa, Di Pietro ha
sostenuto che questo errore tecnico/redazionale si è verificato perché
i mass-media accomunavano normalmente le due vicende giudiziarie con il
termine “processo Imi-Sir/Lodo Mondadori”».
63 Ansa, 23 luglio 2007.
64 Ansa, 12 aprile 2008.
65 «Il Giornale», 23 aprile 2009.
66 Comunicato dell’ufficio stampa del Parlamento europeo, 22 aprile 2009.
Anche in Relazione sulla richiesta di consultazione sull’immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro, 23 aprile 2009.
67 «Il Giornale», 23 aprile 2009.
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