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"Notizie di Nazionale su Prato"

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    Nazionale 02/06/2010 alle 23:59 Firma: Satanicus Stampa articolo

    Di Pietro, maestro del predicar bene e razzolar male

    Nelle stesse ore in cui Di Pietro diceva «È vergognoso usare il Lodo Alfano anche per difendersi dall’accusa di diffamazione», Antonio Di Pietro si serviva dell'immunità parlamentare per evitare una condanna certa per diffamazione.

    ***

    Antonio Di Pietro era pur sempre l’uomo che aveva capovolto una Repubblica, era l’ariete che dal 1992 al 1994 aveva indagato un Parlamento che passava metà del tempo a discutere le autorizzazioni a procedere che lui aveva richiesto, e negarne una era lo sfregio massimo, l’ultimo arroccamento del regime morente, il sigillo dell’impunità. Erano state alcune mancate autorizzazioni nei confronti di Bettino Craxi – e neanche tutte: due su sei furono concesse – che il 29 aprile 1993 avevano scatenato una mezza guerra civile che aveva portato alla parziale abolizione dell’immunità parlamentare. Di Pietro da una parte, Craxi dall’altra. Ora c’era solo Di Pietro uno e due.

    La nemesi definitiva, a diciassette anni da Mani pulite, era che Antonio Di Pietro si era trincerato dietro l’immunità parlamentare per non essere condannato in una causa per diffamazione che l’avrebbe sicuramente visto soccombente, cioè perdente. Il Parlamento di Bruxelles, il 22 aprile 2009, decideva di non revocare lo scudo dell’immunità che lo stesso Di Pietro aveva chiesto dopo averlo pubblicamente negato. Non era neppure un procedimento penale, era una causa civile: significava che Di Pietro l’aveva fatto solo per non perdere dei soldi. Proprio come i mostri della casta.

    Di Pietro è nei particolari. Nell’ottobre 2002 aveva scritto un articolo sul quotidiano «Rinascita della sinistra», organo dei Comunisti italiani, e non ne aveva azzeccata una: aveva qualificato il giudice Filippo Verde come un imputato nel processo per il Lodo Mondadori– dipingendolo oltretutto come uno dei giudici che avevano influenzato l’annullamento di una sentenza favorevole a Carlo De Benedetti– e nello specifico aveva messo nero su bianco che «per l’insieme di queste vicende, la pubblica accusa rappresentata dalla tenace Ilda Boccassini ha chiesto pene di tutto rispetto, tra cui 10 anni per il giudice Filippo Verde».

    Ma Filippo Verde non era mai stato coinvolto in quel processo: era stato imputato in un altro, il cosiddetto Imi-Sir, e peraltro ne era uscito assolto in primo e secondo grado. Di Pietro della castroneria non solo non si accorse, ma nel febbraio 2003 la ripubblicò tale e quale sul sito internet dell’Italia dei Valori. E a quel punto partì una causa per diffamazione con richiesta di risarcimento danni, visto che Tonino non aveva mai smentito né rettificato ma addirittura reiterato, per usare il suo linguaggio.62 I legali di Filippo Verde gli chiesero 210.000 euro di risarcimento. Del suo errore, Di Pietro darà colpa ancora una volta ai giornali.

    Di Pietro scrisse quell’articolo nel 2002 e cioè quando era eurodeputato. Perciò, un anno e mezzo più tardi, dopo che la pratica si era congelata nella cancelleria del Tribunale di Roma, presentava richiesta di immunità europarlamentare e incaricava della pratica l’avvocato Sergio Scicchitano, deputato dell’Italia dei Valori e già autore di varie querele dipietresche ai danni di giornalisti che facevano errori come il suo o più lievi del suo. La richiesta fu inoltrata a Bruxelles all’inizio del 2007:

    «L’articolo deve intendersi quale espressione di critica politica e dunque si richiede che nel caso di specie venga applicato l’articolo 68 della Costituzione».

    Critica politica. Uno scrive che un giudice ha influenzato illecitamente una sentenza – la peggiore delle accuse, per un giudice – e dice pure che per questo volevano condannarlo a 10 anni: una classica critica politica.
    I giudici romani spedirono le carte all’apposita commissione di Bruxelles perché l’Europarlamento valutasse. Era da una vita che Di Pietro.

    Di Pietro per qualsiasi sciocchezza invitava la classe politica a farsi giudicare come cittadini qualsiasi. Così pure fece nel 2007 e nel 2008: L’articolo 68 della Costituzione [l’immunità parlamentare] va cancellato perché aveva senso quando fu scritto, dopo la fine del fascismo. Ho sempre detto che andrebbe abrogato.63
    L’aveva ripetuto di recente:

    Se Berlusconi vuole querelarmi, rinunci all’impunità.64

    Quando Di Pietro querelava un altro politico, poi, non mancava mai di scrivere:

    Mi auguro che, come me, Ella rinunci all’immunità e accetti il giudizio del giudice terzo.65

    Quelli poi non erano giorni qualsiasi: era il febbraio 2009 e c’era Di Pietro per strada che raccoglieva firme contro il Lodo Alfano. La notiziola che Di Pietro aveva chiesto l’immunità la diede per primo e praticamente per ultimo Paolo Bracalini, cronista del «Giornale».
    Di Pietro rispose il 6 febbraio, come infastidito:

    Con riferimento alle notizie di stampa che ipotizzano ciò che io andrei a sostenere al Parlamento europeo la prossima settimana, specifico che non chiederò l’immunità, ma che il procedimento civile prosegua … Tale rinuncia all’immunità verrà da me formulata in un atto scritto che pubblicherò sul mio blog, in modo da evitare qualsiasi strumentalizzazione.

    Non chiederò l’immunità, voglio che mi processino, vi terrò informati. Di Pietro ogni tanto dismetteva improvvisamente la sua chiarezza popolana, ma aveva scritto questo.

    Ed eccoci al 22 aprile 2009:

    Approvando con 654 voti favorevoli, 11 contrari e 13 astensioni la relazione di Aloyzas Salakas (Pse, Lt), il Parlamento ha deciso di non revocare l’immunità di Antonio Di Pietro a seguito dell’ordinanza del Tribunale Civile di Roma rivolta al deputato nella causa civile intentata da Filippo Verde. In tale ordinanza il Tribunale italiano, esaminando l’argomento difensivo sollevato da Di Pietro «sotto forma di eccezione di insindacabilità », ha chiesto al Parlamento europeo di decidere sulla sua immunità, dal momento che all’epoca dei fatti egli era parlamentare europeo …
    egli stava esercitando le sue funzioni di parlamentare, esprimendo la sua opinione su un tema d’interesse pubblico per i suoi elettori. Cercare di imbavagliare i parlamentari, avviando procedimenti giudiziari nei loro confronti, per impedire loro di esprimere le proprie opinioni su questioni che suscitano un legittimo interesse e preoccupazione nell’opinione pubblica, è inaccettabile in una società democratica.66

    Il quello stesso giorno, il giorno in cui l’immunità da lui richiesta lo aveva salvato, per coprire la notizia Di Pietro dichiarò:

    Silvio Berlusconi si avvale del Lodo Alfano anche per sfuggire alla mia querela … È vergognoso usare il Lodo Alfano anche per difendersi dall’accusa di diffamazione.67

    A dire quel che si pensa, l’immunità tornerebbe utile.

    Note
    62 Come spiega la stessa «Relazione sulla richiesta di consultazione sull’immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro dell’Europarlamento», 23 aprile 2009: «Di Pietro ha riconosciuto che il suo articolo conteneva un “errore madornale” … In effetti, Filippo Verde non è mai stato coinvolto nella vicenda processuale del Lodo Mondadori, mentre lo è stato nel processo Imi-Sir, nell’ambito del quale era stato assolto da tutte le imputazioni contestategli. Nella sua difesa, Di Pietro ha sostenuto che questo errore tecnico/redazionale si è verificato perché i mass-media accomunavano normalmente le due vicende giudiziarie con il termine “processo Imi-Sir/Lodo Mondadori”».
    63 Ansa, 23 luglio 2007.
    64 Ansa, 12 aprile 2008.
    65 «Il Giornale», 23 aprile 2009.
    66 Comunicato dell’ufficio stampa del Parlamento europeo, 22 aprile 2009.
    Anche in Relazione sulla richiesta di consultazione sull’immunità e i privilegi di Antonio Di Pietro, 23 aprile 2009.
    67 «Il Giornale», 23 aprile 2009.


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