Buon successo ottenuto dalla coppia Ferrari-Fantastichini nella prima de Il Catalogo di Carrière, in scena ieri sera al Teatro della Pergola di Firenze. Calato il sipario, i due attori sono stati a lungo applauditi per la loro convincente interpretazione.
Carrière si ispira in parte al Don Giovanni - non tanto quello mozartiano, ma quello ben più tormentato, cinico e disilluso, di Byron e D’Aurevilly. Jean-Jacques, protagonista maschile, vive le sue tante avventure galanti senza provare un effettivo coinvolgimento, mosso soltanto, verrebbe da dire, dalla curiosità per la propria capacità di sedurre, e dal piacere di ammirarsi all’opera. E proprio questa impassibilità lo accosta al dandismo di Don Giovanni, per il quale l’amore è un gioco a perdere, una brevissima illusione contro la solitudine dell’uomo moderno.
La particolarità di Jean-Jacques sta nel non sapere (o non volere) ricordare le donne che ha sedotte, e per tale regione redige uno scrupoloso catalogo nel quale annota nome e caratteristiche della donna di turno, assieme alla data dell’incontro. Una sorta di diario in cui il protagonista fissa quei momenti che non potrà ricordare e che per questo motivo per lui non esisteranno più. Riaffiora qui il dandy-seduttore, che, supremamente vivo, può anche permettersi di “non esistere”.
Questo dandy mancato si fa specchio, da una parte, del disagio derivante dalla perdita di contatto fra l’individuo e il suo sé più recondito, più puro poetico, che soltanto l’amore può esternare. Dall’altra, si scontra con una realtà amara, ripetitiva, che all’amore lascia poco spazio, perché poche sono le possibilità di incontrarsi e conoscersi. La non esistenza è quindi una vera e propria fatica esistenziale, la cui alternativa è l’illusione dell’amore.
Ancora una volta l’incomunicabilità, un tema certamente non nuovo, ma qui affrontato con due attori di talento, che si muovono in un’atmosfera tipicamente francese; l’anonima banlieue delle grandi città, un appartamento come ce ne sono tanti. Ed è proprio in uno di questi minuscoli spazi che si svolge l’intera pièce, fra le minuscole stanze - bagno, camera centrale e cucina - dall’arredamento essenziale e funzionale, al quinto piano di uno sterminato palazzo.
Una scenografia minimalista ma di grande effetto, che accoglie alla perfezione le manie e le abitudini di Jean-Jacques, uno spazio esistenziale che diventa spazio mentale.
Ma una sconosciuta, Suzanne, che una mattina si presenta per caso nel suo appartamento alla ricerca di un altro uomo, sconvolgerà la sua vita abitudinaria e metodica istallandosi presso di lui. Nonostante l'uomo insista perché la donna se ne vada al più presto, la sua curiosità per lei si fa ogni giorno più intensa.
Si instaura così, in bilico fra simpatia e diffidenza, un poco convenzionale scambio di mezze confidenze, mezze bugie, aneddoti più o meno inventati, che coinvolge i due protagonisti in un’intimità forse non voluta, e che li coglie impreparati.
Isabella Ferrari interpreta con garbo una donna difficilmente inquadrabile, a metà fra amante e parassita. L’accento straniero, non identificabile, contribuisce al suo fascino, assieme a quella pigrizia che la avvicina a certe donne dei romanzi di Henry Miller e che le rende impossibile vivere in modo “normale”. Lui, un avvocato scapolo e donnaiolo, si riscatta dalla banalità con le sue tormentate riflessioni, di cui quel catalogo è appunto l’esemplificazione.
Il ritmo, gradevole, coinvolge gli spettatori nei risvolti più comici e assurdi delle relazioni fra i due sessi, e rimanda alle scombinate atmosfere della Nouvelle Vague, in particolare a Baci rubati e L’amore in fuga. I dialoghi scorrono ora ironici, ora distaccati, a volte spiazzanti, sempre comunque con un fondo di amarezza.
Imprevedibilmente, questa conoscenza casuale diventa, almeno per Jean-Jacques, una vera e propria ossessione; quando Suzanne annuncia la sua (inventata) imminente partenza, Jean-Jacques si scopre incapace di rinunciare a lei, e la sua impassibilità si scioglie come neve al sole davanti al bisogno di essere amato. Quest’uomo disilluso, dandy mancato per un eccesso di delicatezza verso sé stesso, si accorge finalmente che l’impossibilità di amare avvelena l’esistenza, e compie un disperato tentativo di vincere la sua solitudine. Vorrebbe convivere con Suzanne, ma lei non accetta, non vuole rinunciare alla sua indipendenza. Allora Jean-Jacques lascia a lei il suo appartamento, accontentandosi di andare a farle visita ogni giorno per stare con lei. Ma lasciando quella casa, si allontana idealmente anche da sé stesso. Uscendo da quella porta, esce anche, almeno in parte, dalla vita che ha condotto sinora, ma non sappiamo se la sua mossa avrà successo. Il sipario cala sulla porta semiaperta, quella stessa porta che la vita a volte ci mette davanti, e che parrebbe così semplice aprire.
Niccolò Lucarelli