Reduce dallo strepitoso successo ottenuto la scorsa settimana al Teatro Metastasio con il suo Da Malaparte in poi, l’attore e regista Sandro Querci si racconta al nostro giornale. “È stata un’impresa riempire il Metastasio di Giovedì, con uno spettacolo fuori abbonamento, per di più basato su un testo di mia composizione, sconosciuto ai più. Non ho provato vero e proprio stupore, bensì una grande meraviglia nel trovarmi davanti un pubblico così numeroso”.
Un pubblico numeroso che dimostra come a Prato il suo teatro sia seguito con passione.
“Sicuramente, posso dire di avere con la città di Prato un rapporto straordinario. Artisticamente, è proprio qui che sono nato, che la passione per l’arte mi è entrata nel sangue. Mio padre fondò I Menestrelli Pratesi nel 1977, e prima ancora mio nonno è stato uno dei più apprezzati cantanti lirici toscani. Da parte mia, dopo anni di gavetta, di studio, di teatro minore, ebbi l’occasione di esordire su un palcoscenico importante proprio qui a Prato, nel 1997, quando Pamela Villoresi mi scelse per interpretare il protagonista dell’Iliona di Pacuvio. Ricordo che si trattava di una produzione pratese, Segni dell’anima, in collaborazione con Argot di Roma. Quello fu il trampolino di lancio che mi portò, nel giro di breve tempo, a calcare il palcoscenico dei principali teatri non soltanto italiani, ma anche mondiali; in quindici anni di attività, ho portati in scena 52 spettacoli, a Prato come a Firenze, Roma, Parigi, New York… Sono riuscito ad affermarmi nel mio genere, perché, dal 2002, coniugo il canto alla recitazione di prosa, e per questo ho potuto interpretare anche vari musical, fra cui Bulli e Pupe, con Serena Autieri, Alta Società, con Vanessa Incontrada, per citare i più importanti, non ultimo Il Principe della Gioventù, di Riz Ortolani, dal quale ho tratta Amante mia, che ho inserita nel mio spettacolo Da Malaparte in poi.
In qualità di attore, come si definirebbe?
“Da questo punto di vista, mi sento un attore “forte”, nel senso che, essendomi formato artisticamente nel teatro di prosa, ho sempre data un’estrema importanza alla presenza scenica, al far sentire agli spettatori la mia recitazione. Anche nel musical, dove invece un attore tende ad alleggerire questo aspetto, poiché è supportato dalla colonna sonora, dalla scenografia, dalle luci. Personalmente, invece, penso sempre di essere sulla scena completamente “nudo”, e di dover fare affidamento unicamente sulla mia interpretazione.
Il suo approccio al teatro è quindi complesso, dal punto di vista recitativo. Immagino accada altrettanto per quanto riguarda la scrittura e la scelta dei suoi testi.
“Per i miei testi, l’assunto di riferimento è il fare prosa con la letteratura, anziché portare in scena semplici monologhi tratti da opere letterarie. Con questo, intendo dire che cerco sempre di dare un corpo e un’anima ai brani che porto sulla scena. Come amante della letteratura italiana del Novecento, che notoriamente ha attraversati momenti difficili dovuti alle circostanze storiche, cerco di dare voce ad autori che già ai loro tempi ebbero bisogno di intensi sforzi per essere letti e ascoltati. Ginanni e Pratolini ne sono un esempio. Due autori che mi sono particolarmente cari, per il loro impegno ma anche per i loro tormenti dell’anima. Anch’io mi riconosco in loro, il tormento è stata la cosa con la quale ho convissuto di più nella mia vita, e soltanto da tre anni sono riuscito a trovare quella pace che agognavo da tempo, grazie a una nuova compagna e alcuni cambiamenti occorsi nella mia vita. E, sorprendentemente, questo è accaduto in un momento disastroso della mia vita, seguito alla scomparsa di mia madre. Laddove poteva esserci il tracollo, ho invece trovata la rinascita, e il teatro mi ha sicuramente aiutato.
Il suo rapporto con il teatro, sembra di capire, è estremamente intenso. Può parlarcene più dettagliatamente?
“Il teatro è un mezzo per esprimere sé stessi. Sul palco, riesco ad essere quello che sono veramente, cosa che non sempre riesce nella vita. Al punto che vorrei che tutte le persone che mi conoscono, potessero assistere almeno ad un mio spettacolo, perché possano capire come sono veramente. Sul palco mi racconto attraverso ricordi di famiglia, letture giovanili,
Tuttavia, nonostante l’esperienza, una volta che sei salito sul palco, l’emozione è sempre forte, sei solo con il pubblico, tutti ti guardano, e se sbagli non hai nessuna “rete di salvataggio”. Per me, poi, che porto sul palco me stesso, quello che sono - anche se “protetto” dal testo e dai personaggi -, c’è sempre una sorta di pudore, com’è naturale quando ci si racconta agli altri”.
La Toscana è un soggetto-chiave nella sua opera teatrale.
Raccontare la Toscana è un’esigenza che nasce dal constatare come le altre regioni italiane abbiano a teatro i loro portabandiera. Penso, ad esempio, ad attori romani come Enrico Brignano, e all’umbro Ascanio Celestini. È vero che la nostra regione ha Roberto Benigni, e in lui vanta sicuramente un genio. Purtroppo, a parer mio, è fiorita una generazione di attori più giovani, forse troppo concentrata sugli aspetti più “beceri” dell’essere toscano. Io, invece, voglio dare voce a quella Toscana aulica e popolare insieme, boccaccesca e tagliente ma non volgare. E ancora oggi, di questo universo rimane ancora molto da scoprire. Lo stesso Giulio Ginanni, è sconosciuto ai più. Voglio farmi portavoce di questi autori, ma anche della società del loro tempo, di quei tipi popolari che hanno caratterizzata un’epoca e una civiltà. Le trecciaiole ne sono solo un esempio, ma il lavoro di riscoperta è ancora lungo. Si tratta di scavare a fondo per riproporre alla gente quelle che sono le nostre radici, la nostra unicità, la nostra cultura.
Purtroppo oggi, sospesi fra la monotonia della televisione, e i ragionamenti di alcune realtà politiche, si rimane molto amareggiati. Ma non scoraggiati, perché l’interesse per la cultura è ancora vivo nelle persone, che hanno voglia di scoprire cose nuove. E l’arte, che sia teatrale o meno, ha il compito di “educare”, capire e assecondare questa curiosità, in controtendenza con l’appiattimento offerto dalla televisione.
Purtroppo il teatro, e la cultura in genere, spesso non trovano i necessari supporti.
Quella di portare a Prato Da Malaparte in poi, è stata una grossa operazione anche finanziaria, in un momento in cui le risorse disponibili sono sempre meno. Oggi, in genere, chi fa teatro lo fa perché ha talento, e il successo di uno spettacolo dipende dalle possibilità che gli si danno per esprimerlo.
Eppure, torno a ripetere, la gente ha bisogno di fantasia, e il teatro lo è. Ne è un esempio anche il mio spettacolo, nel quale il pubblico deve saper riempire i vuoti scenici di quello che io racconto e che in parte abbozzo. E ancora, l’Elegia dell’adolescenza non ha punteggiatura, proprio perché chi legge o ascolta possa inserirvisi a suo piacimento, con il suo proprio ritmo, e possa rivedere tratti del proprio vissuto.
Il teatro, quindi, è una riflessione universale sull’esistenza, e che sia universale lo dimostra la fresca attualità di autori del passato, da Sofocle, a Racine, Molière, Goldoni. Un testo teatrale viene continuamente attualizzato dal regista che lo porta sulla scena, inventando collegamenti con la realtà sociale contemporanea. Il teatro si arricchisce mano a mano che attraversa i secoli, di pari passo con l’umanità”.
Niccolò Lucarelli