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"Notizie di Cultura su Prato"

Sabato, 19 Maggio 2012 - aggiornato alle 18:40

90! Tombola! La paura........ di RIDERE!

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    Cultura 15/02/2012 alle 16:49 Firma: Niccolò Lucarelli Stampa articolo

    Magelli, il teatro, e l'Italia che non c'è

     

    Questa mattina abbiamo avuto il piacere di parlare con Paolo Magelli, direttore del Teatro Metastasio, e faro della drammaturgia italiana. Un dialogo illuminante, che spazia dal teatro alla realtà, e ci dimostra cosa siano gli uomini di pensiero.

     

    Il Metastasio è da tempo un punto di riferimento della cultura teatrale, italiana e non solo. Ci parli del suo ruolo in Europa.

    “Anzitutto, voglio annunciare che il prossimo 21 Febbraio avremo qui la segretaria della Convenzione Teatrale Europea, (E.T.C.), l’Ente che raggruppa 40 teatri su un arco geografico che va da Tel Aviv alla Scandinavia, passando per Nicosia, Zagabria, Berlino e Parigi. Il 21 ci sarà appunto un incontro per organizzare il congresso di questo importante organo culturale, che si terrà a Prato nel prossimo Ottobre. E sarà una grande vetrina per il teatro italiano, considerando che si tratta del primo congresso del genere che ha luogo in Italia. Attraverso l’E.T.C. si gettano le basi per le co-produzioni, le tournées, gli scambi culturali del personale dei teatri, il tutto allo scopo di aumentare la reciproca conoscenza delle realtà teatrali europee, e promuovere così quell’integrazione culturale che sta alla base dell’integrazione politica. Possiamo pensare l’associazione come un avamposto che va al di là delle differenze politiche ed economiche, e al cui interno corre un fitto scambio di idee, empatie, curiosità. Mi sento di affermare che l’Europa dei teatri è già diventata quello che l’Europa politica ancora non è. All’interno di questa dinamica, il Metastasio ha un ruolo di protagonista, come dimostra il successo ottenuto dalle sue produzioni. Ma oltre a questo, grazie all’E.T.C., il Metastasio è anche al centro di un continuo scambio culturale che le deficienze del sistema Italia renderebbero altrimenti impossibile”.

    Spostandoci dal panorama europeo a quello nazionale, come giudica la situazione italiana?

    “Purtroppo, nonostante abitiamo un Paese sul cui territorio si trovano la maggior parte dei beni culturali mondiali, abbiamo una pessima gestione di questo patrimonio. E con questo termine non mi riferisco soltanto ai monumenti, ma anche a quelle tradizioni come quella gastronomica, e naturalmente, teatrale. Il Ministero della Cultura non investe abbastanza nella salvaguardia di queste ricchezze, e tanto meno nel loro sviluppo. Posso dire per esperienza diretta, che in Germania, se un direttore di teatro chiede un finanziamento al suo Ministero della Cultura, questo arriva in automatico. In Italia non accade. E lo stesso vale per gli altri settori. La conseguenza è che l’immagine dell’Italia all’estero va fortemente deteriorandosi.

    Eppure, nel nostro Paese di voglia di cultura, almeno per adesso, ce n’è tanta. Basti dire che il numero complessivo annuale degli spettatori a teatro, è superiore a quello degli spettatori allo stadio. Eppure, è un aspetto di cui non si parla, mentre, per contro, innumerevoli sono gli spazi che la stampa dedica allo sport. Si ha quindi l’impressione che la cultura venga deliberatamente “oscurata”, nocendo non poco al libero pensiero. E il primo luogo dove non si fa cultura, paradossalmente, è proprio la scuola. Se le elementari ancora si salvano, il tracollo vero e proprio si ha alle medie, dove non c’è spazio per le discipline artistiche, e gli stessi insegnanti sono demotivati in un ambiente che è svuotato di significato. Se si ripristinasse il vecchio sistema ginnasiale, inserendo le scuole medie in un percorso di più ampio respiro, togliendo quell’etichetta deprimente di “scuola dell’obbligo”, e motivando studenti e insegnanti attraverso un approfondito piano di studi interdisciplinari, molto probabilmente si recupererebbe l’interesse dei giovani per la cultura, contribuendo non poco alla loro crescita come cittadini e liberi individui.

    In un clima del genere, l’E.T.C. dà a noi addetti ai lavori l’entusiasmo per lavorare a progetti di lungo periodo, con l’ambizione di lasciare a chi verrà domani, un teatro che sia un laboratorio di idee e una palestra mentale. E non dimentichiamo che tanti piccoli teatri italiani stanno chiudendo i battenti nel disinteresse generale. A Berlino, invece, sono stati aperti nell’ultimo anno ben 107 spazi culturali, fra musei e teatri”.

    Lei è reduce dal grande successo ottenuto con Il Giardino dei Ciliegi, portato in scena con la compagnia del Metastasio. Come giudica questa esperienza?

    “Si è trattato di un esperimento, a cominciare dalla scenografia. Essere scarni, nel teatro, è per me un modo di dimostrare che Cechov non è soltanto una stele nel “cimitero editoriale” di Marcel Proust, ma è anzi un autore di stretta attualità. Per cui, presentandolo in questa veste, con una scenografia al limite del “paesaggio industriale”, mi sono preso dei rischi a causa dei quali mi sono riproposto di fare degli aggiustamenti. Il III e il IV atto hanno dimostrata la modernità cechoviana, mentre il I e il II sono perfettibili. In particolare, voglio approfondire ancora di più il problema del “giardino Italia”, che, come il giardino dell’infanzia di Ljuba, sta andando incontro allo sfacelo della speculazione edilizia, nella quale non c’è più posto per il bello, ma solo per il cemento dei palazzinari. Nella prossima rappresentazione, la cui prima si terrà molto probabilmente ancora a Prato, i cambiamenti saranno molti”.

    Nella sua drammaturgia, qual è lo spazio che lei lascia alla letteratura ebraica nord-americana?

    “Questo tipo di letteratura prende le mosse dalla letteratura russa, pensiamo a Turghenev o Brodskij, ad esempio. Come slavista, l’ho ampiamente studiata, ovviamente ritrovandone certi stilemi nell’avanguardia americana contemporanea. Inoltre, in gioventù ho avuta l’opportunità di conoscere Peggy Guggenheim e il suo entourage di intellettuali americani, molto dei quali ebrei. Quindi, nella mia drammaturgia l’influenza ebraica si inserisce a livello ormai inconscio, e i vari aspetti che io porto sulla scena, sono in un certo senso il risultato di quello che sono diventato. In particolare, sono molto legato all’umorismo yiddish e al cinismo che esprime, al suo cercare di capire cosa ci sia dietro la realtà; nella fattispecie, cerco di indagare i significati nascosti delle parole di un testo teatrale, cercarne quella dimensione inespressa. Per me il teatro deve essere la sintesi fra la realtà e i suoi aspetti nascosti”.

    Il grande amore di Magelli è, appunto, il teatro. Ma lui cosa pensa di questo sentimento che ha sconvolto il pensiero dell’umanità? A questa domanda, senza la minima esitazione, risponde: “L’amore è un’utopia, un problema irrisolvibile, che esiste solo laddove ci sia l’infelicità”. Ed è proprio questo senso di perdita, che traspare anche nella drammaturgia di Magelli, a rendere più saggia questa umanità. 

     

    Niccolò Lucarelli

     


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