Applausi scroscianti per il leone del Mississippi, che si è esibito ieri sera al Teatro Metastasio, nella serata inaugurale della rassegna MetastasioJazz, nonché unica data italiana del suo brevissimo tour europeo, che stasera lo vedrà protagonista a Parigi, prima di ripartire alla volta degli Stati Uniti. Per il suo concerto pratese, Wadada Leo Smith ha lasciato da parte le sonorità del jazz sperimentale davisiano e le destrutturazioni creative affrontate nel recente Spiritual Dimensions, per regalarci due ore di poesia e introspezione, intervallate da graffianti sfumature di blues. Non va infatti dimenticata l’origine di Smith, nato in quell’America profonda sulle sponde del Grande Fiume, dove è nato il cosiddetto Delta Blues, i cui echi si sono sentiti ieri sera, rispolverati dopo anni di esperimenti. Non mancano però alcuni accenni alla formazione bandistica di Smith, con rapidi passaggi di batteria a ritmo di marcia militare.
Il concerto si è articolato in due lunghe jam-session, seguite da un applauditissimo bis, il tutto giocato su pochi virtuosismi e molta organicità, a tutto vantaggio del potere evocativo delle composizioni.
A Pheeroan AkLaff l’onore di “aprire” la prima session con un potente a solo di batteria, permeato di misticismo come una divinità vedica che cavalca nella pioggia. A solo al quale si è unito il contrabbasso di John Lindberg, in un tessuto sonoro di tre accordi. Sono loro infatti a costruire la base ritmica della serata, sulla quale si muovono la tromba di Smith e il piano di Sanchez, con tessiture armoniche classicheggianti, forse suggestionati dalla maestosità dell’antico teatro all’italiana.
Curiosamente, Smith fa compiere al suo strumento brevi incursioni nel jazz gitano, con briosi richiami alla musica di Reinhardt, per un dialogo senza confini fra America, Europa e India.
La seconda parte ci regala invece una deciso cambio di ritmo e di atmosfere. Introdotta ancora una volta da un lungo dialogo fra il contrabbasso e la batteria, la musica scivola su ritmi blueseggianti, che hanno dato alla session un’inconfondibile impronta urbana, impregnandola di una tensione “nera” che fino allora era mancata.
Nella seconda session, invece, si ascoltano sonorità più delicate e introspettive. Al contrabbasso, Lindberg imprime all’archetto un movimento rotatorio, ricavando dalle corde l’effetto di bordone di un organo lontano. AkLaff si inserisce accarezzando i timpani, e sul tappeto sonoro costruito da Angelica Sanchez al pianoforte, avanza, avvolgente e leggera, la tromba di Smith, per un’esecuzione che dà l’effetto di un lungo vagabondare per le sterminate pianure lungo il Mississippi, un’atmosfera che per atmosfera ricorda la sinfonia Dal nuovo Mondo, di Borodin.
Se a Padova nel 2005, alcuni critici avevano rilevata, nella formazione di allora, una certa mancanza di coesione delle sezioni interne, a discapito della luminosità dell’esecuzione, il Golden Quartet di ieri sera - con John Lindberg unico “superstite” del 2005 -, ha brillantemente superata la prova, dimostrando un’impressionante maturità per il senso del collettivo, vero e proprio “marchio” della musica e delle formazioni di Leo Smith; maturità emersa nella disciplina delle partiture, eseguite con un occhio all’adagio, dovuto alla scelta di lasciare da parte il jazz più sperimentale. Una performance sommessa, quella di ieri sera, con Smith in giacca bianca e pantaloni scuri, “relegato” sul margine destro del palco, raggomitolato sulla sua tromba come un mistico sufi che ha trovata la pace; il Vecchio Leone lascia da parte la tensione delle sue esibizioni “elettriche” e si lascia trasportare dalla leggerezza della sua tromba, sia libera sia corredata di sordina, regalandoci anche, sul finire della prima parte del concerto, alcune variazioni di cool jazz, un fugace omaggio all’immenso Chet Baker. Costante e dinamico il dialogo con AkLaff, che risponde puntuale e lascia ampio spazio al tom-tom e alla grancassa, rinunciando a quegli affondo da free-funker del suo predecessore Ronald Jackosn, a tutto vantaggio della coesione strumentale del quartetto.
Angelica Sanchez, seduta a uno splendido Bussotti-Fabbrini nero a coda, ci ha regalati momenti di vera poesia, accarezzando i tasti con grazia schubertiana, pur rimanendo, per tutto il concerto, una presenza discreta, quasi sussurrata, ma comunque capace di conferire alla melodia quell’atmosfera sospesa senza la quale parrebbe più povera.
Infine Lindberg, veterano del Quartet, accarezza il suo contrabbasso ora facendolo vibrare come il volo di un calabrone, ora suonandolo come fosse un organo ecclesiastico.
Da parte sua, il pubblico ha saputo ascoltare, rifugiandosi fra le note con rispetto e ammirazione. Come ha spiegato lo stesso Smith, rivolgendosi agli spettatori quasi in un sussurro, “sta a voi completare la musica con le vostre emozioni e sensazioni”.
Volendo fare un paragone fra il jazz di Smith e le arti figurative, si può dire che come Pollock liberava il segno, così Smith libera il suono, e come il bianco sulla tela separa un segno dall’altro, così i brevi silenzi creati da Smith separano una nota dall’altra, evidenziandone tutto il potenziale.
Ieri sera si è avuta l’impressione che il jazz sia un sottile corridoio tracciato dal “Grande Architetto dell’Universo” (volendo citare Voltaire), per ricordare agli uomini che quando ne avessero avuto abbastanza di guerre e di violenze, lì avrebbero potuto trovare un istante di tranquillità. E le note di Leo Smith, la cui eco, ci piace pensare, risuonerà ancora a lungo sul palco del Metastasio, hanno regalato ai presenti due ore di non comune serenità.
Niccolò Lucarelli