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    Cultura 27/01/2012 alle 12:08 Firma: Niccolò Lucarelli Stampa articolo

    Elisabetta Pozzi, tragica Elektra dei nostri giorni

    Discreto successo - in gran parte dovuto alla presenza scenica di Elisabetta Pozzi, qui nella veste di protagonista -, ieri sera al Teatro Metastasio  per la prima di Elektra, dramma poetico di Hugo von Hofmannsthal impregnato di quel clima febbrile d’inizio Novecento fatto di ebbrezza tecnologica, scoperte psicologiche di follia e solitudine, avanguardie artistiche incentrate su una bellezza non convenzionale, e che si tradusse in quel bisogno di rivoluzione e di sangue e che di lì a poco sfocerà nelle tragedie dei totalitarismi e delle guerre mondiali.

    Von Hofmannsthal rielabora la tragedia classica di Euripide, modificando e modernizzando il nome dell’eroina, e ampliando il respiro drammatico di un personaggio che, dall’Età Classica, affascinò i secoli a venire. Non casualmente, Freud elaborò la teoria del “complesso di Elettra”, speculare al complesso di Edipo, con la figlia che uccide la madre per amore verso il padre.

    Centro del dramma è il feroce desiderio nutrito da Elektra di vendicare la morte del padre Agamennone, occorsa per mano della madre adultera Clitennestra. Un desiderio estremo di giustizia che sfocia in un vero e proprio dramma familiare, ma prima che questo si compia assistiamo al tormento di Elektra, che tiene viva ogni giorno nella sua mente la morte del padre; una custode ossessionata e ossessionante, chiusa in sé stessa e lontana dalla sorella Crisotemide, con la quale cerca però di ricucire un rapporto disperato, urgente, quasi morboso.

    L’impressione è che von Hofmannsthal abbia compiuta un’incursione anche fra le non convenzionali teorie di Otto Weininger, che nel suo controverso e sinistramente affascinante Sesso e carattere (apparso a Vienna nel 1902), descrisse, anche se indirettamente, una donna cultrice della memoria, impregnata di spirito critico e sprezzante della morte. Elektra, dallo sguardo pieno di sangue in cui l’odio scorre a fiumi, è la donna androgina, ossessionata dalla memoria e dalla vendetta, che si oppone all’ipocrisia familiare che vorrebbe invece dimenticare l’assassinio di Agamennone.

    Se è vero che, come ebbe a scrivere Simone Weil, “la miseria, l’umiliazione, l’ingiustizia, il senso di solitudine, d’essere preda della sventura, abbandonati da Dio e dagli uomini, non sono situazioni antiche, sono realtà di tutti i tempi…”, Elektra è però una donna che rifiuta il fato e le sue leggi perverse, una donna volitiva che si inserisce nella tradizione delle “diaboliche”, le donne fatali già approfonditamente ritratte da Barbey D’Aurevilly, Wilde, Beerbohm, passando per drieu La Rochelle fino ad arrivare, (perché no), alle adolescenti puttane di Bret Easton Ellis. In aperta contrapposizione alla sorella Crisotemide - qui interpretata in modo convincente da Marta Richeldi -, per la quale il passato è ormai cenere, e che rifiuta il ricordo del padre, vivendo invece nell’attesa di sposarsi e di vivere un’impossibile vita al di fuori della sua prigione.

    La pièce raggiunge il suo acme nell’intenso, drammatico dialogo fra Elektra e la madre, in cui si disamina il sogno come punizione terrena e castigo eterno, e si assiste al confronto fra le due donne, così diverse nel loro modo di concepire il passato.

    Elektra è però, prigioniera dell’inazione, che si dibatte fra i suoi ricordi ossessivi, e che non riesce a concretizzare l’uccisione della madre. Finalmente, l’arrivo di uno straniero sconosciuto, forse il fratello Oreste che tutti credevano morto, vedrà soddisfatto il dei serio di Elektra. È su quest’uomo che lei riversa la sua volontà sinora prigioniera, e che, conformemente alle teorie del Weininger, possiamo dire che se ne innamora accumulando su di lui tutto ciò che si vorrebbe essere e che invece non si potrà mai essere. Elektra affida all’uomo il suo desiderio di vendetta, in questo rinunciando alla sua completa realizzazione.

    Lo spettatore non assiste alla morte della regina Clitennestra, ma la intuisce attraverso le orrende urla e un crescendo orchestrale che annuncia il compiersi dell’atto.

    Molto affascinante la scenografia, che ricostruisce uno strano palazzo dalle prospettive distorte, che potrebbe essere una prigione, ma anche un manicomio, oppure uno di quei luoghi onirici da incubo che i pittori simbolisti avevano da poco cominciato a dipingere. In realtà, quel palazzo è tutte queste cose insieme: simboleggia l’interiorità tormentata di chi è preda di desideri insoddisfatti: Elektra e la sua vendetta, appunto, nel sogno della quale la donna ormai vive .

    Nonostante sia stata scritta nel 1903, negli anni affascinanti del pionierismo psicanalitico, dell’ultimo scorcio del Decadentismo, dello Jugendstil viennese, Elektra è un’opera senza tempo, che un esempio di teatro universale che sempre affascinerà gli spettatori, poiché scava fra i tormenti e le pulsioni dell’umanità, e si presta per questo a una continua attualizzazione. Ossessivo e ossessionante, come la sua eponima eroina.

     

    Niccolò Lucarelli

     


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