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Sabato, 19 Maggio 2012 - aggiornato alle 18:32

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    Cultura 17/02/2012 alle 15:51 Firma: Niccolò Lucarelli Stampa articolo

    Bonacelli mattatore nei panni del Malato di Molière

    Strepitoso successo, ieri sera, per Il Malato immaginario, con un Bonacelli in stato di grazia che interpreta con arguzia e innato senso del comico uno dei personaggi più amati fra quelli creati da Molière. Una commedia vivace e divertente, portata in scena dalla compagnia dello Stabile di Bolzano.

    Un teatro di tradizione, una pièce ormai classica ma ancora attuale, che ci ricorda certi ridicoli atteggiamenti contemporanei; il desiderio di medicine di Argante, il Malato appunto, non si discosta poi troppo dal consumismo che oggi ruota attorno al mercato farmaceutico.

    Tornando allo spettacolo, attorno al protagonista ruotano grotteschi medici dai nomi ridicoli, Bellina, avida seconda moglie a caccia di soldi, la figlia Angelica, interpretata da Gaia Insegna, desiderosa di un matrimonio d’amore con Cleante, interpretato da Massimo Nicolini, il fratello Beraldo, coscienza critica di Argante interpretato da Carlo Simoni, e Tonina, la serva astuta (la brava Patrizia Milani).

    Bonacelli fa sfoggio di una mimica divertente, che accentua le mille ubbie di Argante circondato da tanti medici e da una scaltra consorte, e porta sulla scena tutto lo spaesamento di un uomo in preda ai dubbi.

    “Non ho avuto tempo di pensare alla mia malattia”, proclama Argante/Bonacelli, e in questa frase sta tutta la dimensione tragica di Molière; il dolore fisico è necessario per dimenticare il dolore dell’anima; l’ipocondria è soltanto la maschera dello spleen, che ancora nel Seicento si chiamava melanconia (mélaina kolé, la bile nera), e che Shakespeare e Cartesio avevano già ampiamente studiata, approfonditamente il primo, più o meno consapevolmente il secondo. In altre recensioni abbiamo già fatto riferimento a questi due grandi iniziatori del pensiero moderno, e se ci ripetiamo è solo perché il loro apporto è stato di portata incalcolabile. La malattia diventa così un’occasione per riflettere sul proprio corpo fisico, nonché sulla sua dimensione spirituale, soffermandosi però su quegli aspetti puramente terrestri, perché, per citare Nietzsche, “se ti protendi troppo sull’abisso, l’abisso si riflette dentro di te”. Ecco che allora, Molière ironizza sulla difficile condizione dell’uomo alle prese con il suo essere. La regia dà spazio a questo sentire, realizzando due scene, la prima e l’ultima, nelle quali il grande malato è sdraiato in poltrona, solo sul palco, e dietro di lui, seminascosti da una sorta di velo, stanno tutti gli altri personaggi, il volto coperto da una maschera mostruosa, sfumati e lontani, ma non troppo, proprio come le ossessioni e i fastidi quotidiani dell’esistenza.

    In mezzo a queste riflessioni, la vita continua a scorrere, e così vediamo Argante alle prese con le vicende della sua famiglia, fra matrimoni combinati e amore vero, con il lieto fine assicurato dall’astuta Tonina (un personaggio che ricorda molto Scapino, apparso nella precedente commedia di Molière). Ma queste sono vicende accessorie, con le quali l’autore decise di “rivestire” la sua profonda e tragica riflessione, indorando la pillola (è il caso di dirlo), a un pubblico che può così ridere delle debolezze di Argante.

    Gli approfondimenti del commediografo francese non si fermano però a questo. La donna e il suo fascino sono un altro tema interessante. A tale proposito, rivolgiamo le nostre congratulazioni a un’affascinante Giovanna Rossi nella parte della seconda moglie Bellina, vestita di un ampio abito di raso rosso che, oltre a simboleggiare la bellezza e la cupidigia femminili, si può leggere anche come un velato riferimento ad Armand-Jean du Plessis, più noto come Cardinale Richelieu, nominato Primo Ministro di Francia da Luigi XIII nell’Aprile del 1624, e che governò il Paese sostituendosi, di fatto, al sovrano, grazie a una forte personalità e alla spregiudicatezza politica, nonché come un riferimento al suo successore, Cardinale Mazarino, reggente di Francia in vece di Luigi XIV ancora minorenne. Ma al di là di questo breve excursus nella politica, Molière intende portare sulla scena quello che è il potere esercitato dalle donne sugli uomini, e l’autore stesso ebbe vita non facile con la seconda moglie. La problematica dell’altra metà del cielo, con la sua carica “luciferina”, (che richiama quella delle streghe del Macbeth), viene affrontata dal commediografo francese come l’ironica tirannia del “debole” sul “forte”, l’unica tirannia che duri, come scriverà Oscar Wilde due secoli più tardi.

    Addentrandoci nella regia, segnaliamo l’utilizzo di una traduzione fedele al testo originale, che rende appieno le sfumature popolari del registro linguistico adottato da Molière, in aperta polemica con Racine e Corbeille, preservandone la freschezza e l’attualità.

    Molto belli i costumi, con Argante in toga rossa, solenne, ironico orpello di un potere che non ha, né in famiglia, né sul proprio corpo.

    Unico appunto alla produzione, la scenografia forse troppo scarna, che limita in parte quei colori e quelle atmosfere che Molière seppe tratteggiare nella sua pièce. Tuttavia - e ne abbiamo parlato con Paolo Magelli appena Mercoledì -, il teatro italiano deve fare i conti con una difficile situazione finanziaria, e i grandi allestimenti scenici non sono più possibili, se non in rarissimi casi. Per questo, non ci sentiamo di addossare la responsabilità al regista. Lo spettacolo ha infatti saputo catturare il pubblico, che ha risposto con applausi scroscianti, e ben cinque chiamate finali.

    A margine, ci piace annunciare che, nelle serate di spettacolo, al Teatro Metastasio è aperto un book-shop in cui è possibile trovare una vasta scelta di editoria teatrale, dai programmi di scena ai testi, che spaziano dalla commedia al dramma, nonché album fotografici, saggistica e locandine. Gestito dall’associazione culturale pratese L’Asterisco, questa iniziativa, a suo tempo annunciata dal Presidente Umberto Cecchi, si propone di avvicinare ancora di più al mondo del teatro, il pubblico che ogni sera accorre numeroso.

     

    Niccolò Lucarelli


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